p 261 .

  14 .  La critica alla Chiesa nell'Elogio della follia.
  Da:  Erasmo  da  Rotterdam,  Elogio  della  follia,  a  cura  di  N.
Petruzzellis, Mursia, Milano, 1970 .
     
         L'Elogio della follia, operetta satirica universalmente  nota
         del  grande umanista olandese, scritta nel 1509, con la quale
         egli  colp  in modo caustico le nefandezze e le incongruenze
         della  societ a lui contemporanea, riserva ampio  spazio  al
         mondo   ecclesiastico  (papi,  vescovi,  teologi  e  monaci),
         criticandone con ironia i difetti e le contraddizioni.
     
Sessantesimo -I professori di teologia.

Forse  sarebbe  meglio passare sotto silenzio i teologi  [...]  poich
sono   persone  molto  arcigne  e  irritabili,  per  evitare  che   mi
aggrediscano  in massa con una serie di illazioni e mi  costringano  a
ritrattare tutto quanto ho detto. Se poi aprissi bocca per rifiutarmi,
subito  mi accuserebbero d'eresia. Perch questo  il fulmine con  cui
immediatamente atterriscono i disgraziati a cui non concedono la  loro
benevolenza. Ma per quanto non vi siano uomini meno disposti di loro a
riconoscere i miei benefici, in realt anch'essi mi devono non piccola
gratitudine.  Beati della loro vanit, quasi che abitassero  al  terzo
cielo, guardano dall'alto in basso e quasi con commiserazione il resto
dei   mortali,  come  se  fossero  bestie  striscianti  sulla   terra.
Circondati  da  una  schiera  di  definizioni,  deduzioni,  corollari,
enunciazioni implicite ed esplicite, trovano sempre tante  scappatoie,
che   sfuggirebbero  persino  alla  rete  di  Vulcano  con   le   loro
distinzioni, con le quali tagliano qualsiasi nodo, meglio che non  con
una  scure  bipenne, tanto abbondano di parole mai prima  udite  e  di
espressioni meravigliose.
     Inoltre,  spiegano  a  loro arbitrio i pi profondi  misteri:  in
quale  modo sia stato creato e disposto il mondo, per quali canali  si
tramandi  il peccato originario, in quali modi, in quale misura  e  in
quanto  tempo  si  sia formato Cristo nel seno della  Vergine  e  come
nell'Eucaristia   sussistano   le   qualit   accidentali   senza   la
corrispondente  sostanza.  Ma tutti questi argomenti  sono  abusati  e
ormai  sorpassati. Per le menti dei teologi grandi ed  illuminati  non
sono degni che problemi veramente importanti, come i seguenti, la  cui
trattazione  li  fa quasi rivivere: c' un istante discernibile  nella
generazione  divina?  - Ci sono in Cristo generazioni  molteplici?  E'
possibile la proposizione: Dio Padre odia il Figlio suo? - Dio avrebbe
potuto incarnarsi in una donna, o nel diavolo, o in un asino, o in una
zucca,  o  in  un  ciottolo? - E allora, la zucca in  questione,  come
avrebbe potuto predicare, fare miracoli ed essere crocefissa? Che cosa
avrebbe  consacrato San Pietro se avesse celebrato la messa quando  il
corpo  di  Ges  Cristo era ancora crocefisso? - E  in  quello  stesso
tempo,  Cristo  si  sarebbe potuto ancora definire  uomo?  -  Dopo  la
resurrezione dei morti sar permesso bere e mangiare, per prevenire la
fame e la sete, come ora?
     Inoltre  vi  sono  innumerevoli  sottigliezze  ancora  assai  pi
squisite:  intorno  agli istanti, alle nozioni, alle  relazioni,  alle
formalit, alle essenze, alle ecceit [nella filosofia di Duns  Scoto,
1266  circa-1308, ci che determina l'ente] - che nessuno  capace  di
riconoscere,  a  meno di non avere occhi cos acuti da poter  scorgere
nel  buio oggetti inesistenti. Aggiungi poi le loro "sentenze",  tanto
assurde  che  a  paragone  i  paradossi stoici  appaiono  volgarissime
banalit.  Affermano,  ad  esempio, che  un delitto  minore  sgozzare
mille  uomini, che rattoppare una volta tanto di domenica un  paio  di
scarpe ad un povero, oppure che si deve lasciare che
     
     p 262 .
     
     tutto  il  mondo perisca e sprofondi nel nulla, anzich dire  una
sola piccola insignificante bugia.
     [...]
     
Sessantunesimo - Religiosi ipocriti e ignoranti.

Felici  quasi quanto costoro sono quelli che comunemente  si  chiamano
religiosi  o  monaci con una denominazione quanto  mai  falsa,  perch
buona parte di essi  ben lontana dalla religione, ed in secondo luogo
non  c' gente che s'incontri dappertutto e pi di frequente. Costoro,
se  non  ci  fossi  io  a soccorrerli, sarebbero senza  dubbio  i  pi
infelici  di tutti. La folla li ha in odio a tal punto che incontrarli
anche  soltanto  per  caso  gi considerato  un  segno  di  sfortuna;
tuttavia  essi s'illudono con magnifiche lusinghe. Anzitutto ritengono
condizione essenziale per una vita pia essere tanto ignoranti  da  non
saper  neppure leggere. Inoltre, quando cantano i loro salmi  numerati
ma  non  capiti,  con i loro ragli asinini credono di  accarezzare  le
orecchie  dei  santi.  Ve ne sono alcuni che  dalla  povert  e  dalla
mendicit traggono persino un guadagno rilevante, chiedono alle  porte
con  alti  lai  un tozzo di pane, e, con gran danno dei mendicanti  di
professione,  non  c'  albergo, veicolo  o  battello  a  cui  non  si
affaccino  importuni.  E  cos  quei  "soavissimi  uomini",   con   la
sporcizia, l'ignoranza, la rozzezza, l'impudenza, vogliono  -  a  udir
loro - darci un'immagine degli Apostoli.
     Ma  lo  spettacolo pi ridicolo  vederli seguire  in  ogni  loro
atto  norme rigidissime come se si regolassero su formule matematiche,
trasgredire  le  quali potrebbe essere pericoloso.  I  sandali  devono
avere  un  certo  numero di nodi, la cinghia un colore  stabilito,  la
veste  quei  determinati pezzi, e la cintura dev'essere  di  una  data
stoffa  e larghezza, il cappuccio di quella certa ampiezza e  di  quel
certo  colore, la tonsura larga tanto e non pi, ed hanno  persino  un
orario per il sonno.
     Chi  non vede che questa uniformit, fra tanta diversit di corpi
e  di  animi non pu essere equa e costante? Ma pure con queste inezie
non  soltanto  essi  tengono in poco conto i  comuni  mortali,  ma  si
ricoprono  anche a vicenda del pi feroce disprezzo, e,  mentre  fanno
voto  di  apostolica carit, non esitano per a fare tragedie  per  un
modo  diverso d'annodare la cintura o per un colore un poco pi scuro.
Ve  ne sono alcuni tanto pii e religiosi da non indossare che vesti di
rozza  lana  (ma  sottovesti  di lino di  Mileto),  altri  all'opposto
portano  abiti di lino e sottovesti di lana. Altri hanno in orrore  il
denaro come fosse un veleno, ma non evitano n le donne n il vino.
     Sorprendente   il loro impegno nel distinguersi  gli  uni  dagli
altri  nel modo di vita: tuttavia non aspirano a somigliare a  Cristo,
ma semplicemente a non somigliarsi tra di loro.
     Gran  parte  della  loro felicit consiste perci  nei  nomi  che
usano  dare  ai  loro  ordini. Alcuni si chiamano  Cordiglieri,  e  si
dividono nei sottordini di Colettini, Minori, Minimi e Bollisti. Altri
invece si chiamano Benedettini, altri ancora Bernardini, Brigidensi  o
Agostiniani. Inoltre vi sono i Guglielmiti e i Giacobiti,  come  se  a
tutti quanti non bastasse potersi chiamare Cristiani.
     [...]
     
Sessantaquattresimo -I prelati.

Anche  i  papi, i cardinali, i vescovi, gi da molto tempo si dedicano
ad imitare con tutta seriet la vita dei regnanti, e quasi hanno ormai
superato i loro modelli.
     Se  ciascuno di essi pensasse un poco di pi al significato della
sua veste di candido lino, simbolo di vita incorrotta; della sua mitra
dalle due punte trattenute da un solo nodo,
     
     p 263 .
     
     simbolo  della  profonda  conoscenza  del  Vecchio  e  del  Nuovo
Testamento; dei guanti che gli ricoprono le mani, a ricordargli che  i
sacramenti  si  somministrano  con mani pure  da  ogni  contaminazione
umana;  del pastorale, simbolo della insonne cura del proprio  gregge,
ed  infine della Croce, segno di vittoria su ogni passione umana - se,
ripeto, un vescovo pensasse a queste e a molte altre cose simili,  non
condurrebbe una vita grama e tormentata?
     Viceversa,  oggi fanno bene se badano a se stessi. Per  il  resto
affidano la cura delle loro pecorelle a Cristo, o ne incaricano i loro
"fratelli" o vicari. Non ricordano neppure pi il significato del loro
nome  di  vescovo,  che sta ad indicare lavoro, cure,  attenzione.  Si
comportano  da  vescovi  soltanto nell'arraffare  denaro;  allora  non
mancano certo di vigilanza n di attenzione.
     [...]
     E  passiamo ora ai Sommi Pontefici, vicari in terra di Cristo. Ma
se  veramente  si  sforzassero d'emulare la vita  di  Ges,  cio,  la
povert,  le fatiche, la dottrina, la croce, il disprezzo  della  vita
mondana;  se  ricordassero anche soltanto il significato del  nome  di
Papa,  cio,  padre, e del titolo di "Santit", chi  su  questa  terra
sarebbe  pi infelice di loro? Chi sarebbe pronto a conquistarsi  quel
seggio con tutte le sue ricchezze? E, conquistandolo, a difenderlo con
le armi, col veleno, insomma con qualsiasi mezzo?
     Se  mai  sopraggiungesse la saggezza, di quanti vantaggi  non  li
priverebbe? Ma che dico, la saggezza? Basterebbe soltanto un  granello
di  quel  sale  di  cui fa menzione Cristo! Quante  ricchezze,  quanti
onori,  quante  giurisdizioni,  vittorie,  cariche,  dispense,  quanti
tributi,   indulgenze,   cavalli,   muli,   cortigiani,   divertimenti
sfumerebbero. Vedete voi stessi qual fiera, qual messe, qual  mare  di
bene  ho  riassunto  in poche parole. E al loro posto  subentrerebbero
lunghe veglie, digiuni, lacrime, preghiere, orazioni, prediche, studi,
sospiri  e mille altre tormentose fatiche. N bisogna dimenticare  che
resterebbero  a  questo modo sul lastrico tutti i  copisti,  scrivani,
notai, legulei, promotori, segretari, palafrenieri, stallieri, usurai,
lenoni  (stavo quasi per aggiungere qualcosa di pi leggero,  ma  temo
che  non  suoni  troppo duro alle orecchie), insomma  tutta  la  massa
d'uomini che onera la Santa Sede - scusate, volevo dire che la  onora.
Sarebbe  un  delitto  veramente  inumano  ed  esecrando,  sempre  meno
detestabile  per  di quello di voler ricondurre alla  bisaccia  e  al
bastone i principi stessi della chiesa, lumi del mondo. Ora invece, se
c'  qualche  cosa da fare, si affidano a Pietro e  a  Paolo,  a  cui,
pensano,  il  tempo non manca, mentre riservano a se  stessi  onori  e
piaceri.
     A  questo  modo,  per opera mia in verit, nessuna  categoria  di
mortali  vive una vita pi molle e spensierata di quella dei  papi,  i
quali  credono di aver largamente adempiuto i loro doveri verso Cristo
se con mistico e quasi scenico apparato, e con cerimonie religiose,  e
con  sperpero di titoli quali: "Magnificenza", "Reverenza", "Santit",
con maledizioni e benedizioni sostengono la loro parte di vescovi.
     Far  miracoli  considerato antiquato, stantio e per nulla adatto
ai  tempi nuovi; istruire il popolo, troppo faticoso; interpretare  le
Sacre  Scritture,  un esercizio da pedanti; pregare,  una  perdita  di
tempo;  piangere, cosa meschina e degna di donnicciole; essere poveri,
cosa  spregevole; lasciarsi vincere, cosa vergognosa e poco  degna  di
chi  a  malapena consente ai potenti della terra di baciargli i piedi.
Morire, infine,  ritenuto cosa sgradevole, e farsi mettere in  croce,
addirittura infamante.
